Giorgio Bisanti

Critica

Dell'opera dello scultore Giorgio Bisanti hanno scritto principalmente il Professor Guido Giuffrè e il Professor Luigi Tallarico.

La forma e la materia

Dire non grande lo studio dove lavora Giorgio Bisanti è un eufemismo. In mostra le sculture avranno altri spazi e i visitatori altri agi. Del resto, la varietà degli atelier è nota, da quelli sconfinati a quelli minimi, ordinati a volte come un'aula vuota o gremiti che non sai come girarti. È importante che l'artista vi lavori - e Bisanti nel suo, che è prototipo della seconda categoria, lavora, eccome. Dall'Accademia di Roma Bisanti è uscito vent'anni fa; suoi maestri erano stati prima Greco (e qualche traccia è rimasta), poi Crocetti (senza lasciarne alcuna). Allora all'Accademia insegnava anche Peppino Mazzullo, che teneva una scuola libera, ma il nostro giovane ne conosceva il lavoro dai libri, da qualche scultura vista qua e là: eppure di Mazzullo nel suo lavoro c'è più di un'impronta, e non a caso. Ma diciamo prima anche di Fazzini, che dall'Accademia era già uscito; Bisanti lo conosceva, ne frequentava lo studio, gli aveva mostrato bozzetti riscuotendone apprezzamenti - e anche la lezione di Fazzini gli ha giovato non poco.
Nel ridotto atelier di Giorgio dunque ti muovi a stento, ma alcune cose sono subito chiare, anzi (ma ora con maggior consapevolezza, più lucidamente) chiare sono già da tempo. Da un lato l'artista sente fortemente la spinta all'elaborazione della forma, e basta uno sguardo per riconoscerne la fonte in quel cubofuturismo che variamente ha condizionato l'arte di tutto il novecento. Tentazione troppo facile, variamente seguita, esso ha dominato per decenni ed è stato punto di partenza o di approdo per generazioni di artisti, scultori e pittori: nume tutelare, Boccioni prima che Picasso. Le “Forme uniche nella continuità dello spazio” sono sottese a tonnellate di sculture in tutto il mondo. Boccioni prima di Picasso perché l'italiano meglio si presta a una lettura formalistica, laddove lo spagnolo imponeva i conti anche con la sua possente vena narrativa, con un diverso (e assai personale) legame con la realtà.
Ma per Bisanti non è lezione orecchiata, è impulso formale che gli appartiene. Il giovane non si ferma alle volute baroccheggianti, alle spinte e controspinte così facili - se prive della necessaria tensione espressiva - a farsi banale decorazione. Egli sente piuttosto la realtà per masse contrapposte svolgentisi l'una dall'altra, incatenate e insieme fluide - e naturalmente gli sovvengono, anzi sono dentro di lui, i modelli non solo boccioniani ma di tutta la scultura cubista e dintorni - da Archipenko a Lipchitz, a Laurens. In mostra sono vari esempi, da quelli in cui una figurazione ancora trapela nelle forme di andamento astratto, a forme astratte del tutto - di cui apprezzi i ritmi, lo strutturarsi dello spazio, i bilanciati volumi. Il pezzo forse più rappresentativo è “Il bacio” (o “L'abbraccio”) del 2002, in pietra bianca di Lecce (gran parte della scultura di Bisanti nasce nella variegata, rozza e preziosa pietra di Lecce). Le due figure più che individuate sono quasi soltanto ipotizzate tra archi, volute e politezze formali, fino al risolversi dei cadenzati percorsi in un incontro dove si adombra il bacio, e dov'è il fulcro dell'opera.
Da un lato dunque agisce questa inclinazione all'elaborazione della forma in ritmi di remota matrice cubofuturista. Dall'altro lato c'è una spinta, peraltro non del tutto estranea a questa prima istanza, che parrebbe opposta, cioè l'attrazione per la rugosità della materia, la ruggine del tempo, i segni delle intemperie - donde nasce la recente predilezione per la pietra. La pietra leccese, compresa quella sua varietà detta “pietra viva”, si presta - soprattutto nell'uso che ne fa Bisanti - agli accenti arcaici, ad esaltare appunto quella matericità che tanto ha permeato l'informale ma che latente ha pervaso tutta la storia della scultura. L'occhio attento ed esperto di Giorgio ne va in cerca e ne coglie i frammenti ovunque si trovino. Ne nascano poi opere astratte o figurative (con termini vecchi ma difficilmente sostituibili), conta anzitutto quel residuo terragno e ancestrale che informa di sé il risultato. L'affinamento della forma non viene meno, tutt'altro, e mantiene anzi qui una matrice d'impronta picassiana (o della sconfinata progenie che allo spagnolo fa capo), - ma resta sempre portante il gusto, il fascino, i bene accetti suggerimenti della materia. E cade qui il riferimento a Mazzullo, all'uso che il siciliano faceva delle pietre faticosamente recuperate lungo i torrenti e poi modellate, a cavarne, con eguale drammaticità di pietra e di carne, nudi di donna o fucilati.
Anche l'informale, che non si può non citare, ha avuto (e quanta) la sua accademia. Ma per Bisanti resta vivo il bisogno di dare forma, di cogliere spunti formali espliciti o adombrati ma sempre generatori di volumi e di spazio, di tensioni, di rispondenze, di opposizioni. Se di una pietra egli ha scolpito soltanto il verso, reinventando, trasformando o aiutando quanto essa già conteneva, la gira tosto sul retro e indica compiaciuto le masse, gli incavi, le gobbe impressevi dalla natura, che ai suoi occhi non sono più informi. Ma alcuni dei pezzi più significativi oggi in mostra aiutano a meglio comprendere questa doppia spinta di forma e di materia: alludiamo al “Cavatore di pietra” e ai “Lottatori”, entrambi in pietra di Lecce. Nel primo non s'impone soltanto la bella idea plastica delle mani appena sbozzate, quasi la figura non riuscisse a vincere e anzi cedesse alla forza che avrebbe voluto domare; è piuttosto tutta la figura massiccia, l'arco stretto e si direbbe fatale del tozzo corpo piegato, a farsi simbolo di una fatica, antica fino a sconfinare nel mito. Così anche nei “Lottatori”. Il groviglio dei corpi che lo scalpello, la gradina, le raspe hanno cavato dal masso, di quel masso restano possanza cupa e destino, teste, braccia, cosce come anfratti e sporgenze di rocce millenarie - intrise e grondanti di millenarie nostre lotte e fatiche.

Guido Giuffrè